La farsa è un genere teatrale ormai scomparso. Lo sapeva anche Eduardo De Filippo, che nella messa in scena delle farse del padre, Eduardo Scarpetta (che non riconobbe il figlio), faceva quasi sempre dei "liberi adattamenti", ammettendo implicitamente l'impossibilità di perpetuare letteralmente, nell’epoca del moderno "teatro messo in scena", le modalità, i contenuti e l’efficacia di questo repertorio, antico almeno quanto la Commedia dell’arte. La farsa era una forma teatrale antica e semplice, molto popolare: si basava su trame schematiche, allusioni al mondo contemporaneo, parodie, piccoli inganni, recitazione pesante, postura frontale degli attori, ruoli principali affidati a veri e propri "divi" capaci di deliziare gli spettatori.
Negli anni Dieci dell’Ottocento, a imitazione del Vaudeville francese, i più grandi compositori, assecondando le richieste del pubblico, iniziarono a scrivere brevi e divertentissime partiture per scene di teatro d’opera, affidate a cantanti “simpatici” di straordinario talento. In questi anni la farsa "parlata" diventa anche una "farsa musicale". Donizetti ne ha scritti almeno una decina, quasi tutti per il Napoli. Ed è proprio a Napoli che, negli anni di Donizetti, la farsa conobbe forse il suo massimo successo.